Croce e solitudine (2019/2)

La Sapienza della Croce  (XXXIV) n.2 Maggio-Agosto 2019

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(l’editoriale e le recensioni sono parti integranti della rivista e non sono vendute singolarmente)



EDITORIALE

Croce e solitudine
FERNANDO TACCONE, CP (pp. 163-169)
Solitudine mediatica: dramma o opportunità? (Nota introduttiva)
GRAZIANO LEONARDO (pp. 171-176)


AMBITO TEOLOGICO

Il valore della solitudine nella vita ecclesiale
PHILIP GOYRET (pp. 177-187)

Insieme alla valenza positiva della relazionalità umana, il dato biblico è anche ricco di riferimenti positivi alla “bontà” del deserto, un luogo solitario per definizione. Esiste perciò una certa tensione nella valorizzazione della solitudine, che l’autore vorrebbe chiarire, scoprendo la sua positività e la sua non contraddizione con la relazionalità. Lo si fa in tre tappe successive, analizzando la solitudine in se stessa, il silenzio che essa comporta, e il frutto della contemplazione che da essa deriva. Si conclude con due proposte di carattere più esistenziale, sulla discrezione e sul silenzio dell’adorazione.


Solitudini digitali e vita consacrata
VINCENZO COMODO (pp. 189-201)

Questo articolo costituisce una lettura introduttiva del rapporto tra le solitudini digitali e la vita consacrata. Si tratta di una lettura che parte descrivendo cosa vuol dire essere social. Che prosegue mettendo in risalto come i social media, possono, sì, provocare delle condizioni di solitudine, ma possono anche accentuare quelle preesistenti. Di seguito, abbozza lo scottante tema delle tecnodipendenze, soffermandosi però sulla Sns addiction e sulla dipendenza da instant messaging. Termina suggerendo alcune proposte su come affrontare la spinosa problematica delle solitudini digitali nella vita consacrata.


Solitudine e vita spirituale cristiana
MARIO TORCIVIA (pp. 203-212)

Il presente contributo desidera declinare alcuni aspetti del rapporto esistente tra solitudine e vita spirituale cristiana. Presentate dapprima le definizioni dei termini in questione, ci si soffermerà brevemente sulla dimensione antropologica della solitudine. In seguito, si esporranno alcuni tratti che connettono la solitudine con la vita secondo lo Spirito, concretamente vissuta dai credenti. Da qui anche la scelta di riportare delle considerazioni spirituali, sui suddetti singoli tratti, di alcune grandi figure delle Chiese d’Oriente e d’Occidente.


La solitudine nella proposta spirituale passionista
PHILIPPE PLET, CP (pp. 213-230)

Il processo storico della fondazione della congregazione passionista avviene con una chiamata alla solitudine; è ciò che Paolo e suo fratello fanno diventando eremiti. L’approvazione della Regola del 1741 erige un Istituto clericale che si dedica alle missioni parrocchiali. Però S Paolo, pur riconoscente alla Chiesa, vuole orientare radicalmente l’istituto alla solitudine dei «ritiri». La tensione fra spiritualità eremitica e clericale missionaria doveva finalmente orientare la congregazione verso le città. Anche alla fine della sua vita il Fondatore afferma la priorità del deserto passionista con la presentazione di tre valori per definire la modalità concreta con la quale vivere il mistero della Passione. Arriviamo così all’essenza dell’idea di solitudine nel pensiero del Fondatore: staccato dai valori del mondo, l’anima è introdotta nella solitudine del Redentore durante la sua Passione.


AMBITO SCIENZE UMANE

La solitudine del giovane nello spazio-velocità dei
social media: l’esperienza dell’inautenticità relazionale
MARIO POLLO (pp. 231-246)

L’articolo, dopo avere definito le caratteristiche e la funzione della relazione autentica nello sviluppo umano individuale e sociale, affronta la natura del cambiamento delle relazioni che si stabiliscono attraverso i media elettronici e gli effetti che esse producono sul fondamento antropologico. Effetti leggibili nell’isolamento delle persone che implodono nella soggettività e nell’individualismo, smarrendo il legame costitutivo del loro io con il noi. Non solo. L’immaginazione nel mondo post elettronico è entrata a far parte della vita quotidiana delle persone comuni, consentendo loro di rappresentarsi e di sceneggiare la loro vita utilizzando le immagini che i media offrono loro quotidianamente, facendo si che molte persone non progettino più la loro vita bensì la sceneggino. Questo uso delle immagini mediatiche sradica le persone dal reale e le confina nell’immaginario.


Dietro le quinte dei social: il ruolo degli
algoritmi nella costruzione del legame sociale.
FABIO PASQUALETTI, SDB (pp. 247-260)

Il contributo si propone di illustrare, seppur brevemente, i cambiamenti in atto nella comunicazione sociale con l’avvento della rete e dei social. Da tempo viviamo nell’Information Communication Technology (ICT) society, ma negli ultimi quindici anni si è passati da una comunicazione di massa a una personalizzata, io-centrica e disintermediata. Utilizzati dai grandi gestori della rete come Google, Apple, Facebook e Amazon (GAFA), gli algoritmi non sono strumenti innocenti e imparziali, ma sono al servizio di interessi economici enormi, e l’aspetto forse più delicato è che agiscono sul comportamento umano modificandolo. È necessario quindi conoscere e prendere coscienza dei meccanismi in atto nella rete e agire sul versante educativo affinché le persone possano agire in modo più cosciente e più libero.


«Et ne nos inducas in tentationem =
E non ci indurre in tentazione» (Mt 6,13 e Lc 11,4).
Storia, esegesi e teologia patristica
di una formula evangelica in area latina
GIANNI SGREVA, cp (pp. 262-297)

Si tratta di uno studio di carattere patristico sulla storia della formula evangelica di Mt 6,13: ne nos inducas in tentationem. Vengono raccolte in progressione cronologica le traduzioni latine in uso presso gli autori latini, rilevando la teologia e la spiritualità della sesta petizione del Padre Nostro. In particolare, si fa notare che il problema della traduzione italiana del verbo latino inducere con l’italiano indurre non è solo un problema di lingua italiana. Il problema dell’indurre italiano è stato avvertito già nel III secolo da Tertulliano come problema dello stesso latino inducere, che già presentava difficoltà filologica ed ermeneutica nel latino della prima ora. Ma i padri e gli scrittori cristiani non hanno toccato questa traduzione dall’originale greco, ma solo spiegata, e come tale è arrivata a noi. Solo Agostino per la liturgia di Ippona ha introdotto la traduzione e la formula veramente appropriata “Ne nos inferas in temptationem”. Invito implicito a non compiere errori sul piano linguistico-filologico e quindi biblico-teologico-liturgico, come appunto ci insegna la tradizione dei Padri della Chiesa dell’area latina.

(l’editoriale e le recensioni sono parti integranti della rivista e non sono vendute singolarmente)