Gesù nel Getsemani nell’interpretazione patristica (2016/3)

La Sapienza della Croce  (XXXI) n.3 Settembre-Dicembre 2016

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(l’editoriale e le recensioni sono parti integranti della rivista e non sono vendute singolarmente)


EDITORIALE

Ti adoriamo Cristo e ti benediciamo
di FERNANDO TACCONE cp, direttore della Cattedra Gloria Crucis (pp.243-244)

PRESENTAZIONE
Gesù nel Getsemani nell’interpretazione patristica
di TERESA PISCITTELLI (pp. 245-256)

 

 


L’esempio di Gesù orante: la preghiera al Getsemani
nell’interpretazione di Origene
di LORENZO PERRONE (pp. 257-283)

L’interpretazione della preghiera di Gesù al Getsemani secondo Origene deve tenere conto preliminarmente dell’esemplarità del suo modo di pregare nella riflessione eucologica dell’Alessandrino. È Gesù stesso, a partire dal suo insegnamento del Padrenostro, il modello della preghiera per il cristiano. Se è sorprendente che la scena del Getsemani non sia stata richiamata espressamente nel «Trattato sulla preghiera», l’Alessandrino la richiama e la commenta più volte fin dal «Trattato sui principi» per illustrare in particolare il mistero del Dio fatto uomo. Ma è con l’«Esortazione al martirio» che egli si sofferma più ampiamente sulla pericope evangelica: qui l’orazione non è vista come espressione della paura di Gesù per la sua morte imminente, essendo egli anzi l’esempio per il martire, ma indica forse il desiderio di una morte diversa e più dolorosa per un disegno più universale di salvezza. Nel «Contro Celso» Origene, mentre respinge la critica mossa dal filosofo pagano alla condotta di Gesù al Getsemani illustrandone l’autentica adesione al volere del Padre, chiarisce ulteriormente tale interpretazione: con la sua richiesta Gesù avrebbe inteso risparmiare la rovina del popolo ebraico chiedendo a Dio un altro supplizio, capace di evitare ciò. Infine, il «Commento a Matteo» sviscera a fondo l’esemplarità dell’orazione come espressione del Dio che si è fatto pienamente uomo e come tale si affida interamente al Padre. Ritorna qui anche la spiegazione “economica”, per cui Gesù avrebbe inteso prevenire, se possibile, la catastrofe di Israele e anche la perdizione di Giuda.

Il riferimento al Getsemani nella crisi ariana,
interdipendenza tra teologia trinitaria e cristologia:

il caso di Ilario di Poitiers
di GIANNI SGREVA CP (pp. 285-316)

Gli ariani facevano della Passione del Signore, quindi del Getsemani, un solido argomento per negare la divinità del Figlio. Ilario di Potiers, crocevia della teologia patristica orientale e occidentale e, in occidente, ponte tra la primitiva teologia latina (Tertulliano) e la successiva (Ambrogio, Agostino), a partire dal racconto del Getsemani ricostruisce in chiave antiariana la teologia trinitaria cattolica, orientale e occidentale, aprendo la riflessione su una cristologia integrale, anima e corpo, premessa per la futura sintesi efesina e calcedonese. L’argomentazione addotta dagli ariani a favore della inferiorità del Figlio a partire dalle debolezze della Passione, è rovesciata. Per Ilario il Figlio-Cristo soffre veramente, ma la divinità non viene compromessa, perché a soffrire sono l’anima e il corpo dell’homo assumptus. Poiché, però, per Ilario Cristo ha assunto un corpo speciale e un’anima speciale, in realtà il Verbo-Cristo soffre della sofferenza delle debolezze di fede dei discepoli. Distinguendo tra pati e dolere, quella di Gesù è una vera sofferenza, ma speciale, perché è insensibile al dolore. La sofferenza è dominata e diretta, non subita, dal Verbo. Questione aperta: come salvare il realismo della Passione, come invece lo farà Ambrogio di Milano?

 

La preghiera di Gesù al Getsemani in Agostino d’Ippona
di VITTORINO GROSSI OSA (pp. 317-343)

La preghiera di Gesù al Getsemani viene presa in considerazione negli scritti di Agostino le Enarrationes in psalmos e i Sermones de sanctis nei quali è particolarmente presente. Una premessa sui testi neotestamentari e sulla tradizione preagostiniana introduce nella riflessione di Agostino. Nelle Enarrationes si possono individuare due blocchi: uno sulla tristezza della sua anima (Mt 26, 38); l’altro direttamente sulla preghiera (Mt 26, 39 – 46), ma in genere li troviamo commentati insieme. Agostino legge la tristezza (tristitia) nell’ottica soteriologica del Verbo incarnato che, per noi, con la natura umana prese su di sé anche la tristezza dell’anima, propria della sensibilità umana.  Riguardo alla preghiera al Getsemani, se sia stata realmente fatta da Gesù oppure la si debba leggere come un esempio costruito per i discepoli, per il vescovo d’Ippona i Sinottici riportano una sofferenza realmente vissuta dal Maestro nella sua umanità che, a sua volta, diviene esemplarità per il discepolo, anche nel tentennare della volontà, come Agostino si esprime nella Lettera a Proba (Ep.130, 14,26): “…il nostro divino mediatore avendo detto: «Padre, se è possibile, passi da me questo calice», subito dopo, modificando la volontà umana, che aveva in sé dalla umanità assunta, soggiunse: «Però non come voglio io, ma come vuoi tu, o Padre» (Mt 26, 39)”. Anche se nei Vangeli Gesù non associa la sua preghiera a quella dei discepoli Agostino, nella sua teologia del Christus totus, fa un tutt’uno della preghiera di Gesù e dei discepoli di tutte le generazioni, sino ad essere assunta da Lui sin nelle parole. Nell’ottica della teologia del Christus totus Agostino va quindi oltre l’esemplarità esterna, promossa al suo tempo dai pelagiani, e anche oltre l’esegesi moderna, che è incline a far confluire la preghiera al Getsemani in un racconto (kreia) costruito sulla preghiera del Pater, per dare ai discepoli in difficoltà un modello pe fare come Lui la volontà di Dio. L’inter-relazione tra la preghiera del Cristo e quella del discepolo è talmente stretta in Agostino da esprimere un’unica preghiera, quella del Christus totus.

Massimo il Confessore: l’agonia di Gesù
di MONS. ENRICO DAL COVOLO OSB (pp. 345-355)

L’autore, esimio patrologo nonché rettore magnifico della Pontificia Università Lateranense, analizza la lettura che Massimo il Confessore fa del Getsemani, evidenziano nell’esegesi dell’evento la lettura della piena umanità, due volontà e due intelligenze, divina e umana nell’unico Logo incarnato, in contrasto con la posizione monoenergetista e monotelita assunta in oriente del patriarca Sergio di Costantinopoli (610-638) e imposta con un editto dall’imperatore Eraclio con l’Ekthesis e confermata dal suo successore Costante II. Dopo una sintesi storica della vicenda, l’autore presenta Massimo che per il fatto di condividere invece la posizione di papa Martino I che nel Sinodo Lateranense del 649 condannò la formula cristologica imperiale, subì il martirio. Dopo aver elencato le 33 citazioni del Getsemani fatte da Massimo nei suoi scritti, evidenzia che sempre Massimo il Confessore avverte la compresenza di due volontà in Cristo sempre, non solo nel Getsemani. Massimo dimostra che tra la volontà di richiesta di allontanamento del calice e la volontà della piena adesione al Padre non esiste opposizione. Divenendo uomo Gesù ha fatto suo tutto ciò che appartiene all’umano e nello stesso tempo egli conferisce all’umano ciò che era proprio della Persona divina. Massimo rappresenta il culmine della speculazione cristologica delle due nature in una sola Persona del Logos, senza mai cadere nel monofisismo, perché l’umanità di Cristo non è assorbita nell’umanità come una goccia di aceto nel mare.

(l’editoriale e le recensioni sono parti integranti della rivista e non sono vendute singolarmente)