La Sapienza della Croce come risposta alla domanda di senso (2011/3)

La Sapienza della Croce  (XXVI) n.3 Settembre-Dicembre 2011

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EDITORIALE
La sapienza della croce come risposta
alla domanda di senso

FERNANDO TACCONE (pp. 403-409)


SALUTI E PRESENTAZIONI

Saluti del Pro Rettore della Pontificia Università Lateranense Delegato per le Aree di ricerca
e le Cattedre Autonome
P. PATRICK VALDRINI (pp.  411-413)

 

STUDI
La ricerca di senso e il messaggio
della croce nell’antropologia contemporanea.
Aspetto teologico
MONS. IGNAZIO SANNA (pp. 415-435)

Il Crocifisso è il volto del Signore più comune e più originale rappresentato nell’arte e nella devozione popolare. L’autore si chiede qual è il senso della croce se essa non è un gioiello né un ornamento. La salvezza cristiana poggia su un paradosso: uno strumento di morte diviene strumento di vita e simbolo di salvezza (Sap 16, 6). Nella prassi di Gesù, è possibile individuare alcune costanti, che illuminano sul modo con cui ogni credente può e deve vivere la propria esperienza del male davanti a Dio, Creatore e Padre. Innanzitutto, Gesù, a differenza degli scribi, non cerca mai di spiegare il male, ma anzi demolisce le spiegazioni e le teorie a lui contemporanee. Una seconda costante è che Gesù, alle prese con il male concreto, non resta passivo, ma lo combatte senza tregua e ne indica talvolta i veri colpevoli. La terza costante consiste nel fatto che Gesù dà inizio a un modo nuovo di considerare il male. Gesù ha accettato che in lui si compisse il destino del servo sofferente descritto dal profeta Isaia. La sua morte è stata subito compresa come morte “per noi”, ed il nostro destino di morte è stato legato al suo destino di risurrezione. Il cristiano non può razionalizzare la sofferenza, dando risposte facili e risolutorie alla domanda che quasi tutti i sofferenti si pongono: che male ho fatto? Deve, invece, saper presentare un Dio che soffre, perché, secondo Bonhoeffer, solo un Dio che soffre può aiutare. Per affrontare dignitosamente e cristianamente le prove della vita occorre avere una cultura della sofferenza, illuminata dalla sapienza della croce.

Da silenzio alla parola della croce
nell’epistolario paolino: ragioni e conseguenze.
Approccio biblico al tema
ANTONIO PITTA (pp. 437-449)

Il dibattito contemporaneo sull’Apostolo Paolo si sofferma sul centro della sua teologia: se vi si trovi la dialettica sulla giustificazione per mezzo delle opere della Legge o per la fede di/in Cristo oppure se sia rappresentato dalla dinamica partecipazionistica dell’essere “in/con Cristo”. Le due principali prospettive s’incontrano nella concezione paolina della croce di Cristo: dal crocifisso scaturisce sia la nostra giustificazione, per la fede, sia la nostra partecipazione esistenziale alla sua morte e risurrezione. L’ombra del crocifisso è invasiva, in quanto non si limita alla dimensione della fede, ma pervade qualsiasi aspetto della teologia paolina: dalla concezione di Dio a quella dell’uomo, dalla pneumatologia all’etica cristiana, dall’ecclesiologia ai principali sacramenti, come il battesimo e l’eucaristia. La croce di Cristo acquista valore pregnante e onnicomprensivo perché conferisce senso a qualsiasi aspetto dell’esistenza cristiana.

La risposta alla domanda di senso nel grido dell’abbandono
ANGELA MARIA LUPO, C.P. (pp. 451-471)

Durante la sua vita terrena Gesù non dà alcuna risposta alle domande di senso dell’uomo del suo tempo ma è sulla croce che, divenendo Egli stesso la sintesi di ogni nonsenso e vivendo il nonsenso assoluto, si dona come Risposta di senso all’uomo di ogni tempo. Il grido di abbandono di Gesù morente, Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato (Mc 15,34), riassumendo i perché di ogni uomo, immette ciascuno nelle profondità del mistero di Dio-Trinità. Penetrando nella piaga dell’abbandono del Figlio, si comprenderà che l’Amore è l’unica risposta di Dio a tutti i nostri perché.

La “ricerca di senso” e il messaggio della croce.
L’approccio patristico, da Giustino a Origene
MONS. ENRICO DAL COVOLO, S.D.B. (pp. 473-484)

Sua Ecc. Rev. Mons. Enrico dal Covolo sdb, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense Dopo aver ricordato che per senso i Padri intendono la salvezza dell’uomo, l’autore, patrologo e Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, intende illustrare in quale modo la Croce fu compresa dai Padri, a cominciare da quelli dei primi due-tre secoli cristiani, grazie alla lettura spirituale, allegorica delle Scritture. Considerando in particolare Giustino, l’autore ne ricorda l’esegesi spirituale di Gen 49,11 in Dial 54, da cui si evince che non il dio dei filosofi, quanto il sangue di Cristo sulla croce è salvezza e quindi approdo della ricerca di senso. Quindi l’insistenza realistica antidoceta e antignostica sul Sangue e l’umanità di Cristo crea il presupposto perché la croce sia risposta di senso dell’esistenza umana, e non tanto il logos dei filosofi. Di Origene l’autore menziona l’esegesi spirituale dell’albero di Gs 8,29, che è interpretato come l’albero della vittoria e di trionfo sul diavolo e come senso dell’esistenza del cosmo. E stando a Pr 3,18 la croce è l’albero della vita identificato con il legno della sapienza di Cristo, che si coglie con l’intelligenza spirituale delle Scritture.

La ricerca di senso e il messaggio della croce
nell’antropologia contemporanea.
Aspetto filosofico-culturale
ANTONIO LIVI (pp. 485-493)

La prevalenza dell’ideologia secolarizzata nella cultura occidentale ha portato a stravolgere in senso pragmatistico l’esigenza di una speranza di salvezza che faccia riferimento alla vita eterna come destino proprio dell’uomo. Il pensiero antimetafisico è arrivato addirittura a teorizzare la negazione della legittimità di una “domanda di senso” per la vita individuale e per la comunità civile. Ma la pastorale della Chiesa ha non solo il dovere ma anche la possibilità di leggere nel cuore dell’uomo, al di sotto delle sovrastrutture ideologiche, l’anelito a una salvezza che solo Cristo, con la sua Croce, può offrire.

Momenti di fatica e di rimotivazione nella Vita Consacrata
GRAZIA MARIA COSTA (pp. 495-543)

La Vita Consacrata conosce le sue fatiche di adattamento, di rinnovamento dinanzi alle sfide della modernità. Molti documenti magisteriali l’hanno evidenziato. O meglio sono le singole persone consacrate a vivere stagioni di fatica, momenti di crisi dolorosa, con improvvisi barlumi di risurrezione. Il paradosso è proprio che solo l’accettazione della croce, anche quand’essa si manifesta sotto lo spettro del disagio umano ed esistenziale, in sé o nei propri confratelli, permette la rinascita, il nuovo slancio, il superamento cristiforme della prova. Il contributo della dottoressa Grazia M. Costa, Preside dell’Istituto Edith Stein Edi.S.I., analizza tale problematica in tutte le sue sfaccettature, psicologiche e spirituali, pratiche e filosofiche, fornendo una sorta di «prontuario d’uso» dinanzi all’insorgere di simili situazioni. Si passa così dalla diagnosi alla prognosi della crisi, facendone un passaggio maturativo essenziale, che incammina l’animo del consacrato verso la compassione e l’identificazione con la vicenda concreta del Crocifisso-Risorto.

Il senso della vita ritrovato
CLAUDIA KOLL (pp. 545-555)

Con queste parole l’attrice descrive la sua conversione:«Tutti quanti, nel momento in cui abbiamo la forza di scoprire che abbiamo un Dio Padre misericordioso che ci ama, comprendiamo il grande dono e la bellezza della vita, la quale va spesa e vissuta solamente per Lui, che è l’Amore! Ho capito anche che il dono più grande è la purezza! Ecco perché io amo molto Maria, perché è l’Immacolata: Lei è come vorrei essere io! Lei, come Madre, mi invita a fare questo cammino di conversione, infatti spero di andare anch’io un giorno al cospetto di Dio, santa e immacolata nell’amore, non per i miei meriti ma per la Sua Misericordia»

(l’editoriale e le recensioni, sono parti integranti della rivista e non sono vendute singolarmente)


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