“Maledetto l’appeso al legno” (2013/2)

La Sapienza della Croce  (XXVIII) n.2 Maggio-Agosto 2013

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PRESENTAZIONE

“Maledetto l’appeso al legno”
da Gal 3,13-14 a Dt 21,22-23
GIANNI SGREVA cp 
(pp. 3-5)

 

 

 

 

 

SACRA SCRITTURA E TEOLOGIA

Norma sull’esposizione di un cadavere. Analisi strutturale di Dt 21,22-23
ANGELA MARIA LUPO cp (pp. 7-34)

Mediante l’analisi esegetico-teologica di Dt 21,22-23, condotta con il metodo sincronico dell’analisi strutturale, l’autrice evidenzia che la norma mosaica sull’esposizione pubblica del corpo di un condannato non si riferisce al supplizio della crocifissione che invece, come risulta da alcuni testi rinvenuti a Qumran, fu certamente messo in atto nel periodo asmoneo dell’epoca ellenistica (4QpNah I, 7-8; 2QT 64,7-8.10-11). Fondamentale risulta il riferimento ad alcuni testi del giudaismo intertestamentario per leggere in profondità il complesso sintagma che costituisce la crux interpretum ’intera unità: «maledizione di Dio è l’appeso». Il lettore è invitato a riconoscere la preziosità del dono dell’alleanza che, infranta a causa del peccato, può essere ristabilita soltanto tramite la morte del peccatore che paradossalmente, diventa maledizione ed è condannato dalla stessa legge la cui osservanza lo avrebbe reso una benedizione.

L’interpretazione di Dt 21,22-23 nel Rabbinismo e in Paolo Gal 3,10-13
GIOVANNI BISSOLI o.f.m. (pp. 35-45)

L’autore, professore di Antico testamento nell’Istituto Biblico della flagellazione di Gerusalemme, fa una rassegna dei testi rabbinici per cogliere le successive interpretazioni che la tradizione ebraica ha registrato a proposito di Dt 21, 22-23, dalla letteratura qumranica, alla mishnà, al talmud al commentario medievale di Rashi. L’impressione che si ha da questo confronto delle fonti antiche, è che i maestri rispondono all’esigenza del pubblico della sinagoga con una spiegazione piana del testo, sciogliendone le difficoltà, ricorrendo a spiegazioni tratte da passi paralleli della scrittura. In altri termini è lavoro di esegesi. Quindi si prende l’esame filologico Gal 3,13-14. Dal modo specifico di argomentare di Paolo e, possiamo dire, in genere del NT ci accorgiamo che è sempre valida la parola di Dio nel suo contenuto storico di una rivelazione progressiva, arrivata al culmine e completa con gli avvenimenti del NT. Gli autori neotestamentari ricorrono ai testi antichi non per fare esegesi di scuola, ma per chiarire, esprimere la realtà religiosa avvenuta in Cristo e ora proclamata.

La figura del «maledetto appeso al legno» (Dt 21,22-23),
applicata a Cristo da Paolo 
in Gal 3,13-14:
sottofondo ebraico e forza kerygmatico-teologica

FRANCESCO GIOSUÈ VOLTAGGIO (pp. 47-80)

Lo studio intende sondare la ricchezza di Gal 3,13-14, concentrandosi sul paradosso della figura del «maledetto appeso al legno» di Dt 21,22-23, applicata a Cristo. Si analizzano, alla luce dell’At e della tradizione orale ebraica, alcuni presupposti che Paolo lascia solo impliciti nella sua argomentazione: la benedizione di Abramo si attua mediante i meriti della sua discendenza, che è il Messia; la maledizione può tramutarsi in benedizione; l’assunzione della maledizione da parte del giusto può tramutarsi in benedizione per altri; Dio guarisce «l’amaro con l’amaro», per cui uno strumento di maledizione può tramutarsi in benedizione; la maledizione ricaduta sul Messia, mediante lo strumento dell’albero/legno della croce, diviene benedizione: la maledizione è paradossalmente distrutta mediante la maledizione. Lo studio dei paradossi contenuti in tali presupposti, per lo più già presenti nella tradizione ebraica e poi annunciati nel primo kerygma apostolico, sono mirabilmente vissuti ed elaborati da Paolo. Ciò apre immensi orizzonti per la teologia e l’esistenza del cristiano, risolvendo tra l’altro il paradosso della sofferenza dell’innocente e del cosiddetto «silenzio di Dio».

Il ricorso a Dt 21, 22-23 nella letteratura patristica
del II secolo, in particolare in Giustino
GIANNI SGREVA cp (pp. 81-115)

La letteratura patristica, soprattutto nel momento del confronto e del successivo sempre più forte conflitto tra l’identità ebraica e l’identità cristiana che nasceva dalla prima, non poteva disattendere, a proposito dell’identità del fondatore del cristianesimo, il richiamo esegetico a Dt 21,22.23. Gli ebrei sarebbero potuti arrivare al compromesso di accettare che Cristo fosse il Messia e che a lui fossero connesse le molte prefigurazioni e profezie su cui i cristiani trovavano appoggio, ma non certo potevano accettare che egli fosse posto nel rango di Dio, pena la bestemmia contro il monoteismo ebraico. Il riferimento, tuttavia, a Dt 21,22-23 che le scritture cristiane nell’interpretazione esegetica di Paolo, Gal 3,13-14, applicavano a Gesù di Nazareth, destituivano entrambe le rivendicazioni cristiane, cioè la messianicità e ancora di più la divinità del fondatore del cristianesimo. I cristiani dovevano in qualche modo parare il colpo dell’obiezione ebraica e in base a Is 53 e a Lv 16 l’esegesi della Lettera di Barnaba, in modo più implicito, ed esplicitamente il Dialogo con Trifone di Giustino affermano che l’appeso al legno non è maledetto da Dio, ma piuttosto che il crocifisso porta sulla croce le maledizioni di tutti i popoli e di tutta l’umanità, per cui è in grado di salvare tutti, Israele compreso. Quella, allora, che per gli ebrei diventava l’obiezione capitale e destabilizzante della giustificazione della religione cristiana, per i cristiani, sulla scorta di Gal 3,13-14, emergeva come la strategia della realizzazione di Gen 12,3, la benedizione di tutti i popoli in Abramo e nella sua discendenza (Cristo).

DIALOGO INTERRELIGIOSO

L’ebraismo messianico, un movimento spirituale
nuovo fra l’ebraismo rabbinico e le chiese cristiane
ADOLFO LIPPI cp 
(pp. 117-135)

La presentazione dell’edizione italiana di un libro di Paul Liberman, “Il fico fiorisce”, ha offerto l’occasione di approfondire la realtà dinamica dell’ebraismo messianico. Il fenomeno degli ebrei che riconoscono Gesù come il loro Messia e Salvatore – Yeshua haMashiach – è sorto secondo Liberman dopo il 1967, dopo il ritorno del popolo ebraico a Gerusalemme, ma l’ebraismo messianico è all’origine del cristianesimo. La primitiva comunità dei credenti era totalmente ebraica, cioè composta di ebrei circoncisi e battezzati. La successiva e rapida diffusione del cristianesimo fra i gentili non impedì, inizialmente, la continuazione dell’ebraismo messianico, anche se questo dovette incontrare difficoltà sempre più forti. Gli ebrei messianici oggi sono chiamati da Dio a demolire il muro di separazione esistente fra ebrei e gentili (Ef 2, 14) e a portare il vangelo ai loro fratelli ebrei. finora si pensava di fare unità unicamente con quelli che erano di qua o di là dal muro. Ora non è più così. Gli ebrei messianici, perciò, evitano di aggregarsi all’una o all’altra chiesa cristiana ed evitano simboli e linguaggi offensivi per gli ebrei, come ad esempio la croce, che richiama troppe violenze. Preferiscono dire Yeshua ha-Mashiach piuttosto che Gesù il Cristo, chiamarsi ebrei messianici invece che cristiani, parlare di seconda parte della bibbia invece che di nuovo testamento. non si parla di conversione, ma di completamento. Abramo nacque gentile: divenne ebreo attraverso la fede nella Parola di Dio. Nell’articolo è preso in considerazione anche il libro di David H. Stern, “Ristabilire l’ebraicità del Vangelo”, il cui titolo completo è “Ristabilire l’Ebraicità del Vangelo. Un messaggio per i cristiani”, libro scritto esplicitamente per i cristiani. David Stern, americano vivente ora in Israele, procede con ragionamenti rigorosi, fondati passo per passo sulla sacra scrittura. Non intende, tuttavia, presentare una concezione definitiva, ma vuole aprire un dibattito. Si rivolge direttamente ai cristiani, ma esso interessa anche l’ebraismo ufficiale. Stern parte da un esame dell’inculturazione (o contestualizzazione) del vangelo nella gentilità, esigendo che esso sia ricondotto alla sua matrice primitiva. L’affermazione più forte, si potrebbe dire addirittura provocante, è quella che Stern fa in un titolo del suo libro: “Rifiutare o trascurare di portare il vangelo agli Ebrei è antisemita”.

San Giovanni della Croce maestro di san Paolo della Croce
ANTONIO MARIA ARTOLA cp (pp. 137-150)

Desde el primer contacto con los escritos de San Juan de la Cruz, Pablo de la Cruz llevó siempre dentro de sí, muy clara, una imagen interior del maestro carmelita y una personal síntesis doctrinal del mismo, a la cual podía referirse en cualquier momento sin necesidad de citaciones explícitas, con el fin de poder reforzar sus propias enseñanzas espirituales. En el pensamiento bien asimilado del santo carmelita, el fundador de los Pasionistas encontró siempre una gran seguridad doctrinal, que lo llevaba a referirse a él como a un autor digno de toda confianza y admiración. De este patrimonio memorizado, asimilado o copiado del Doctor místico español San Pablo de la Cruz extrajo referencias continuas en sus cartas.

(abstract in italiano) Fin dal primo contatto con gli scritti di S. Giovanni della Croce, Paolo della Croce portò sempre dentro di sé, molto chiara, un‘immagine interiore del maestro carmelitano e una personale sintesi dottrinale del medesimo, alla quale poteva riferirsi ogni momento senza la necessità di citazioni esplicite del Dottore Mistico, allo scopo di poter consolidare i propri insegnamenti spirituali. Nel pensiero ben assimilato del Santo Carmelitano il Fondatore dei Passionisti ha trovato sempre una grande sicurezza dottrinale, che lo portava a riferirsi al medesimo come ad un autore degno di tutta fiducia e ammirazione. Da questo patrimonio memorizzato, assimilato o copiato del Dottore Mistico spagnolo S.Paolo della Croce trasse i riferimenti contenuti nelle sue lettere.

(l’editoriale e le recensioni sono parti integranti della rivista e non sono vendute singolarmente)